
Il primo volume de "Lo Scontro Quotidiano", di Manu Lacernet, mi aveva impressionato: il suo essere ugualmente profondo e leggero, interiormente quotidiano, riflessivo ma per nulla immobile. Il suo tratto e i suoi colori. Il suo esplorare tematiche che uniscono tutti noi in modo così capillare senza grandi sforzi o tortuosi percorsi. E' tutto raggiungibile, è tutto lì. Quello che è scritto e quello che non lo è, quello che trova spazio nelle tavole e quello che disegna ognuno di noi nella testa immaginando punti di intersezione con la sua personale esperienza.
Il secondo volume, di cui vi ho parlato nel post precedente e che ho finalmente letto, arriva persino oltre. Fare i conti con il dolore di una perdita e trovarsi a dover diventare ciò che era quella perdita, vale a dire un padre, da lì a poco. Capire di non poter più fallire ma di essere solo un uomo. Essere il dolore e non poterlo dare a vedere. Rimanere uno scrigno di desideri e un catalogo di responsabilità allo stesso tempo, promesse fatte con il cuore e deluse dai nostri umani e naturali limiti. Andare in cerca delle tracce che un genitore ha lasciato lungo la strada per capirlo e per prendere spunto sul da farsi, spaventati come bimbi. Bimbi che non siamo/non saremo più e, contemporaneamente, continueremo a sentirci malinconicamente. Guardando un figlio, pensando a un figlio, immaginando un figlio. Un'opera davvero forte che mi sta rivelando delle cose che probabilmente sapevo già e che non ho il coraggio di affrontare. Padri e madri e figli, è quello che siamo e più ne indago il senso più rimando spaesato dalla potenza dell'attaccamento. E' una strana vertigine. Leggete "Lo Scontro Quotidiano 2", è splendido.
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